Tutte le definizioni di Defusso Minimo Vitale pongono l’accento sulla protezione dell’ambiente naturale fluviale. Qualunque ne sia la definizione, è ben chiaro l’obiettivo del rilascio del Deflusso Minimo Vitale e cioè assicurare a valle delle opere di derivazione di un impianto idroelettrico la presenza di una portata d’acqua congruente.
Talvolta è utile introdurre il concetto ausiliario di “portata di dotazione” di un corso d’acqua e cioè un deflusso a valle delle opere di derivazione di una certa portata regolata artificialmente in modo da avere in un certo istante ed in una certa sezione del corso d’acqua una portata predefinita.
Ci sono decine di formule per il calcolo del Deflusso Minimo Vitale ed il loro numero tende a crescere col tempo. Ciò dimostra che ad oggi non esiste una soluzione universalmente valida per la determinazione del Deflusso Minimo Vitale e probabilmente mai esisterà.
Ogni singola determinazione nella gran varietà delle formule disponibili può servire solo come riferimento per scopi pianificatori.
Le formule possono essere divise in quattro raggruppamenti.
Metodi basati su valori idrologici o statistici:
Tra questi metodi, un primo sottogruppo si riferisce alla portata media naturale del corso d’acqua (MQ): questi metodi propongono valori variabili dal 5 a 60 % di MQ, laddove quest’ultima percentuale viene utilizzata solo nel caso in cui la pesca rappresenti un’attività di grande importanza economica. Mediamente ci si attesta intorno al 10%.
Un secondo sottogruppo di metodi riferisce il Deflusso Minimo Vitale alla portata minima del corso d’acqua (MNQ): in questo caso il Deflusso Minimo Vitale si attesta tra il 33 ed 100% di MNQ.
Un terzo sottogruppo, infine, si riferisce ad un prefissato valore sulla curva di durata del corso d’acqua (FDC). In questo sottogruppo ci sono una grande varietà di metodi: da quelli che propongono un Deflusso Minimo Vitale pari al 20% di Q300 (portata che fluisce per una periodo dell’anno superiore a 300 giorni) a quelli che presentano formule interpolanti di origine statistica di notevole complessità.
Metodi basati su principi fisiografici:
Tali metodi fanno riferimento a una portata specifica prefissata, espressa in l/s/km2 di bacino imbrifero sotteso. I valori di portata specifica possono variare da 1,6 a 9 l/s/km2 o più (in caso di grande importanza economica ed abbondanza dell’ittiofauna).
Questi metodi sono di facile applicazione purché ci siano dati di base affidabili. D’altra parte non si tengono in alcun conto né i parametri idraulici della corrente né l’effetto di affluenti e neppure la lunghezza del tratto d’alveo sotteso.
Formule basate sulla velocità e sulla profondità dell’acqua:
Anche in questo gruppo di metodi vengono proposti i numeri più disparati. C’è chi propone che il Deflusso Minimo Vitale deve defluire con velocità non inferiori a 0,3-0,5 m/s e con altezze d’acqua superiori a 10 cm. Altri invece suggeriscono velocità di 1,2-2,4 m/s e altezze d’acqua di 12-24 cm e così via.
Il notevole vantaggio di queste formule è dato dal fatto che la morfologia dell’alveo è in qualche misura considerata e non c’è alcun bisogno di dati idrologici; peraltro si trascura l’effetto dei corsi d’acqua tributari e la lunghezza dell’alveo sotteso.
Metodi basati sulla pianificazione multi-obiettivo che tengono conto dei parametri ecologici:
Questi metodi sono generalmente molto complessi da applicare e richiedono notevole esperienza e competenza per il loro utilizzo. Essi necessitano di osservazioni e misure di portata sito-specifiche e tengono conto di dati idrologici, idraulici, ecologici e meteorologici e sono basati sull’utilizzo di parametri ecologici ed economici.
Sono metodi costosi per l’onere della raccolta dei dati e per la loro elaborazione matematica e sono adatti solo a particolari tipologie di corso d’acqua poiché la trasferibilità dei risultati da un corso d’acqua all’altro è dubbia.